La Neuromielite ottica (NMO) conosciuta anche come Malattia di Devic, è una grave malattia autoimmune che comporta infiammazione demielinizzante del sistema nervoso centrale. Colpisce in primo luogo i nervi ottici ed esordisce con episodi di cecità acuta, anche grave, paraparesi e quadriparesi, associate a disturbi sensoriali. In genere c’è una ripresa ma, soprattutto nelle donne, spesso si presentano delle recidive e gli effetti della malattia a lungo termine, senza un adeguato trattamento, possono essere invalidanti o anche mortali. Sulle cause non c’è ancora certezza ma si ritiene che possa essere dovuta all’azione di auto-anticorpi rivolti contro l'aquaporina-4. Le terapie di mantenimento a lungo termine si basano sugli immunosoppressori, in combinazione con i corticosteroidi, oppure sul rituximab che è un anticorpo monoclonale che sta emergendo come possibile opzione terapeutica.
Fino ad oggi, tuttavia, mancavano studi di lungo termie sull’efficacia e la sicurezza del Rituximab. Così un gruppo di ricercatori tedeschi, guidati dal prof. Hannah Pellkofer dell’Istituto di Neuroimmunologia clinica dell’università di Monaco, ha condotto uno studio prospettico di coorte a lungo termine su 10 pazienti affetti da neuromielite ottica che sono stati trattati fino a 5 volte con rituximab come terapia di seconda linea. In questi pazienti sono stati effettuati ogni 3 mesi esami clinici per misurare durante la somministrazione ripetuta del farmaco molti valori del sangue correlati alla malattia. Dallo studio, appena pubblicato su Neurology, si è evidenziato che il trattamento ripetuto con rituximab ha portato alla stabilizzazione clinica nella maggior parte dei pazienti con neuromielite ottica.
  Nel complesso, il rituximab è stato ben tollerato anche dopo un massimo di 5 corsi di trattamento consecutivo anche se i ricercatori hanno osservato alcuni gravi reazioni avverse. Nel complesso, concludono i ricercatori, il trattamento con questo farmaco come seconda linea è efficace e accettabile sotto il profilo della sicurezza e dovrebbe essere applicato prima della ricomparsa di linfociti B circolanti per poter portare ad una stabilizzazione dei pazienti.



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