Coronavirus

Uno studio condotto all’Università di Padova fa luce sulle correlazioni tra la malattia e le conseguenze dell’infezione da SARS-CoV-2 spianando la strada a nuove terapie 

Ha una distribuzione piuttosto variabile nelle diverse parti del mondo ma, in linea generale, arriva a rappresentare quasi una leucemia su 3 diagnosticate: è la leucemia linfatica cronica, una delle più note neoplasie dei globuli bianchi. Colpisce soprattutto le fasce di popolazione più anziane (l’età media al momento della diagnosi è di 65 anni) e spesso non presenta sintomi particolarmente specifici ma incide in maniera notevole sulla qualità di vita: oltre due terzi di coloro che ne sono affetti hanno un decorso di malattia complicato dall’insorgenza di infezioni di vario tipo, dai batteri come lo Streptococcus penuomoniae e lo Staphylococcus aureus fino ai virus, fra cui l’herpes e il citomegalovirus. E, più di recente, anche le infezioni da virus SARS-CoV-2.

Infatti, fin dall’inizio della pandemia da SARS-CoV-2 è emerso che i pazienti con malattie ematologiche, in particolare quelli con leucemia linfatica cronica, hanno un rischio elevato di sviluppare forme severe di COVID-19. Perciò molti istituti di ricerca si sono concentrati sullo studio delle associazioni tra questa malattia e l’infezione da virus SARS-CoV-2, esplorandone anche le conseguenze e gli strascichi sull’organismo - un insieme di sintomi riassumibile nel cosiddetto long-COVID - in un vasto gruppo di pazienti con leucemia linfatica cronica.

Infatti, nello studio pubblicato sulla prestigiosa rivista American Journal of Hematology e coordinato dal dott. Andrea Visentin, del Dipartimento di Medicina dell’Università di Padova, sono stati raccolti i dati di più di 1500 pazienti da 80 Paesi nel mondo, e si è osservato che al passare del ondate di infezioni sono aumentate le persone che guariscono anche dal COVID-19, ma allo stesso tempo, è cresciuto anche il numero delle persone che hanno sviluppato long-COVID: in particolare, fino al 15% delle persone con leucemia linfatica cronica ma guarite dal COVID possono sviluppare segni e sintomi da long-COVID. “Abbiamo coordinato un gruppo di ricerca di 15 istituti sparsi su tutto il territorio italiano, riuscendo a analizzare il più grande gruppo di pazienti con leucemia linfatica cronica con anomalie di TP53 trattati in prima linea di terapia con venetoclax, un farmaco biologico in pastiglie in grado di causare la morte delle cellule leucemiche”, spiega il dott. Visentin. “Questo ampio gruppo nazionale di studio è riuscito a dimostrare l’elevata efficacia e tolleranza di venetoclax come prima linea di terapia, fornendoci importanti notizie con ripercussione pratiche sulla nostra attività quotidiana”.

Il trattamento della leucemia linfatica cronica è radicalmente cambiato nell’arco degli ultimi 10 anni con l’introduzione di farmaci biologici che si sono affiancati ai trattamenti chemioterapici entrando a buon diritto nei protocolli terapeutici per questa malattia. “Quasi tutti i pazienti ricevono farmaci biologici mirati contro le cellule della leucemia”, conferma il prof. Livio Trentin, ordinario della cattedra di ematologia dell’Università degli Studi di Padova e Direttore della U.O.C. di Ematologia dell’Azienda Ospedale-Università di Padova. “Dato il costo elevato di questi farmaci è fondamentale capire esattamente come utilizzarli al meglio e gestirne i possibili effetti collaterali”.

La ricerca coordinata dai medici dell’Ematologia dell’Azienda Ospedale-Università di Padova si dimostra di concreto interesse per ottimizzare la presa in carico dei malati, garantendo loro la miglior assistenza sanitaria possibile. Inoltre, fa seguito a precedenti studi sull’evoluzione della leucemia linfatica cronica condotti presso il polo di ricerca e cura dell’istituto patavino, che si conferma uno dei centri di riferimento nazionali per le malattie onco-ematologiche dell’adulto.

“Questi studi sono frutto di una fondamentale attività di rete che stiamo sviluppando con le ematologie del Veneto grazie alla Rete Ematologica Veneta (REV), le ematologie italiane grazie ad AIL-GIMEMA ed i centri europei grazie ad ERIC guidata dal prof. Paolo Ghia, dell’Ospedale San Raffaele di Milano”, conclude Trentin. “L’importanza di questi studi è anche sociale perché realizzate grazie al contributo dell’associazione di volontariato - Ricerca per Credere nella vita (RCV), associazione creata da una nostra paziente, Franca Boschello e suo fratello Renzo, e che supporta la mia struttura da circa 20 anni”.

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