Zanzara

Lo evidenzia una ricerca condotta da entomologi e virologi dell'Istituto Superiore di Sanità e dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie

Roma – Con l'arrivo dell'estate e il ritorno delle zanzare, scatta il timore legato al COVID-19: le punture di questi insetti possono trasmettere il virus? Alla fine di giugno l'Istituto Superiore di Sanità ha anticipato i risultati di uno studio italiano che escludono la possibilità di una trasmissione in questo modo: né la zanzara tigre (Aedes albopictus) né la zanzara comune (Culex pipiens) sono in grado di trasmettere il virus SARS-CoV-2, ha sottolineato il team composto da entomologi e virologi. La ricerca ha mostrato che il virus, una volta penetrato all’interno della zanzara mediante un pasto di sangue infetto, non è in grado di replicarsi e quindi di essere successivamente inoculato dalla zanzara attraverso una puntura.

Andrea Crisanti

Più del 40% delle infezioni da SARS-Cov-2 sono risultate asintomatiche

Pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature lo studio “Suppression of a SARS-CoV-2 outbreak in the Italian municipality of Vo'”, a firma del prof. Andrea Crisanti, Direttore del Dipartimento di medicina Molecolare dell’Università di Padova e del laboratorio di Microbiologia e virologia dell’Azienda Ospedale/Università di Padova, e della dott.ssa Ilaria Dorigatti, del MRC Centre for Global Infectious Disease Analysis dell’Imperial College di Londra. Lo studio ha ispirato le azioni di sorveglianza implementate nella Regione Veneto, che sono risultate efficaci nel controllo di COVID-19 in questa regione d’Italia.

Andrea Ballabio

La scoperta deriva da uno studio su una rara malattia genetica, sostenuto da Telethon, AIRC e Regione Campania

Milano – Presso l’Istituto Telethon di Genetica e Medicina (Tigem) di Pozzuoli il team di Andrea Ballabio ha descritto sulle pagine di Nature come il meccanismo responsabile di una rara malattia genetica offra una chiave per la comprensione di un processo che porta alla formazione di cisti e tumori a carico di particolari organi, primo fra tutti il rene. Sostenuto da Fondazione Telethon, da Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro e dalla Regione Campania, lo studio ha visto la partecipazione dell’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) e dell’Istituto di biologia cellulare dell’Università di Innsbruck.

Torace

A rivelarlo i risultati preliminari di uno studio internazionale pubblicato su Lancet Oncology

Milano – Durante la pandemia di COVID-19, i pazienti colpiti da tumore al polmone hanno avuto meno accesso alle terapie intensive (8,3%) rispetto agli altri pazienti oncologici (26%) e la mortalità è stata molto più elevata (35% rispetto al 13%). A rivelarlo sono i risultati preliminari del primo studio internazionale sugli effetti del nuovo Coronavirus nei pazienti con tumore toracico, pubblicato in questi giorni su Lancet Oncology.

Raggi UV

Lo studio ha importanti implicazioni sulle strategie di disinfezione e per comprendere la possibile evoluzione della pandemia

La luce ultravioletta a lunghezza d’onda corta, o radiazione UV-C, quella tipicamente prodotta da lampade a basso costo al Mercurio (usate ad esempio negli acquari per mantenere l’acqua igienizzata) ha un’ottima efficacia nel neutralizzare il Coronavirus SARS-CoV-2. Lo conferma uno studio sperimentale multidisciplinare effettuato da un gruppo di ricercatori, con diverse competenze, dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), dell’Università Statale di Milano, dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano (INT) e dell’IRCCS Fondazione Don Gnocchi.

Ricerca

Uno studio italiano apre la strada ad una possibile terapia mirata alla proteina Cx30

Un recente studio dell’Istituto di Biochimica e Biologia Cellulare del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-IBBC) di Monterotondo, coordinato da Fabio Mammano e co-finanziato dalla Fondazione Telethon, ha permesso di individuare un anticorpo monoclonale, denominato abEC1.1, che legandosi ad una proteina chiamata connessina 30 (Cx30), è in grado di ripristinarne il normale funzionamento in presenza di mutazioni che causano la sindrome di Clouston. I risultati della ricerca, svolta in collaborazione con il Dipartimento di fisica e astronomia “G. Galilei” dell’Università di Padova e lo Shanghai Institute for Advanced Immunochemical Studies della ShanghaiTech University (Siais), sono stati pubblicati su EBioMedicine.

Simone Casapieri

Dall’associazione AIBWS due bandi di concorso aperti alle tesi di laurea o dottorato sulla malattia

"Non mi sono mai sentito diverso dagli altri, per nessuna ragione. Io non mi considero malato, non lo sono mai stato e mai lo sarò, ho una vita felice e senza rimpianti". Simone Casapieri aveva 25 anni quando scriveva queste parole. Aveva già affrontato un trapianto di fegato a causa dell'epatoblastoma, una forma di tumore che è una delle possibili conseguenze della sindrome di Beckwith-Wiedemann (BWS). Purtroppo, Simone non ce l'ha fatta, ma l’associazione AIBWS Onlus (Associazione Italiana Sindrome di Beckwith-Wiedemann) ha deciso di istituire un Premio in suo onore, per promuovere la ricerca scientifica sulla malattia.

Sportello legale

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