Asfotasi alfa è uno dei farmaci orfani di maggiore successo degli ultimi tempi

Nel film Unbreakable – il predestinato, Samuel L. Jackson interpretava un uomo affetto da osteogenesi imperfetta, una patologia che espone a frequenti fratture ossee i soggetti malati. L'osteogenesi imperfetta produce una sintomatologia piuttosto simile a quella dell'ipofosfatasia, un disordine metabolico raro in seguito al quale i malati incorrono in profonde alterazioni scheletriche dovute ad una grave ipomineralizzazione ossea che determina un altissimo tasso di mortalità in epoca prenatale e nel periodo neonatale. Nelle forme infantili la malattia può esordire già prima dei 6 mesi con difetti di saldatura delle principali suture craniche (craniosinostosi) che portano al manifestarsi di letali anomalie nella forma del cranio. Le forme tardive che caratterizzano l'età adulta si presentano, tra gli altri sintomi, con la comparsa di fratture ricorrenti e artrite. L'ipofosfatasia è, infatti, una malattia ereditaria autosomica recessiva  provocata dalle mutazioni nel gene ALP che codifica per la fosfatasi alcalina, un enzima strettamente correlato a patologie epatiche ed ossee. Le carenze di questo enzima determinano una seria instabilità ossea della cassa toracica con importanti complicazioni a livello respiratorio.

Fino a poco tempo fa non esisteva trattamento per l'ipofosfatasia ma l'avvento di asfotasi alfa (Strensiq) ha cambiato nettamente il quadro della lotta a questa patologia: prodotto da Alexion e approvato dalla Commissione Europea a fine 2015, asfotasi alfa è uno dei farmaci orfani di maggiore successo degli ultimi tempi che si inserisce a pieno nel filone delle molecole che rendono possibile una terapia di sostituzione enzimatica capace di migliorare considerevolmente le condizioni dei malati. Infatti, l'asfotasi alfa agisce in maniera mirata nei pazienti affetti da ipofosfatasia, correggendo i problemi di mineralizzazione ossea e migliorando la funzionalità polmonare.

recenti successi della terapia di sostituzione enzimatica a base di asfotasi alfa hanno indotto un equipe internazionale di medici e ricercatori a realizzare uno studio per approfondire gli effetti di questa terapia, confrontando gli esiti di due studi multicentrici di fase 2 realizzati su neonati e bambini affetti da ipofosfatasia. I risultati, pubblicati sulla rivista The Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, hanno evidenziato un netto miglioramento della sopravvivenza dei malati rispetto al gruppo di controllo a 1 anno  (95% vs. 42%) e a 5 anni (84% vs. 37%). Una consistente frazione sia di pazienti malati che di controlli è dovuta ricorrere alla ventilazione artificiale ma, nel gruppo dei trattati con asfotasi alfa, il 76% dei pazienti è sopravvissuto e il 75%, dopo trattamento, ha potuto interrompere l'utilizzo di questa forma di supporto respiratorio necessaria sin dalle primissime fasi della malattia. Inoltre, i soggetti che hanno avuto i principali miglioramenti a livello respiratorio mostravano anche notevoli progressi in quanto a mineralizzazione delle ossa.

Gli effetti del trattamento con asfotasi alfa sono stati particolarmente evidenti nel sottogruppo di pazienti con carenze di vitamina B6 e in quello con pazienti strettamente dipendenti dalla ventilazione artificiale. In entrambi i casi si trattava dei soggetti a maggior rischio di decesso, nei quali il miglioramento della funzionalità respiratoria si è accompagnato a quello della mineralizzazione ossea, limitando il rischio di deformità toraciche e fratture, ipoplasia polmonare, debolezza muscolare e di danni al sistema nervoso centrale originati dalla craniosinostosi e confermando così il successo della terapia con asfotasi alfa. La concreta possibilità di interrompere il ricorso alla ventilazione artificiale lascia intuire che l'inizio di un programma terapeutico precoce a base di asfotasi alfa favorisca la stabilizzazione delle ossa della cassa toracica, contribuendo pesantemente all'incremento dei tassi di sopravvivenza dei giovani pazienti.

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