Crescono i casi di scabbia in Emilia-Romagna e nel Lazio. A lanciare l’allarme è la Società Italiana di Dermatologia e Malattie Sessualmente Trasmesse (SIDeMaST) che invita a non sottovalutare la diffusione del parassita
Una malattia della pelle legata al passato, che oggi torna a far parlare di sé. Parliamo della scabbia, causata da un minuscolo acaro, il Sarcoptes scabiei, che sta conoscendo una nuova diffusione anche nei Paesi “sviluppati”, Italia inclusa. Storicamente associata a condizioni di povertà e scarsa igiene, la scabbia oggi si diffonde in modo crescente luoghi come RSA, scuole, ospedali e famiglie numerose, dove il contagio si propaga facilmente.
Ad accendere i riflettori sulla scabbia è la SIDeMaST (Società Italiana di Dermatologia e Malattie Sessualmente Trasmesse), durante il Congresso Nazionale “Special Edition” 2025, che si è tenuto a Roma dal 18 al 21 giugno.
Il Sarcoptes scabiei, invisibile a occhio nudo, scava cunicoli nella pelle per deporre le uova, provocando prurito intenso, soprattutto notturno, e la comparsa di piccole lesioni, in particolare su mani, piedi e genitali. Nella quasi totalità dei casi, la trasmissione avviene per contatto diretto tra persone.
Due studi italiani segnalano un trend preoccupante a Bologna e nel Lazio
Due recenti studi, condotti in Emilia-Romagna e nel Lazio evidenziano uno spaccato preoccupante della diffusione di questa malattia parassitaria, spesso sottovalutata.
A Bologna, secondo uno studio pubblicato sulla rivista Sexually Transmitted Infections, si è registrato negli ultimi anni un incremento costante delle diagnosi. I ricercatori hanno rilevato picchi stagionali ricorrenti, suggerendo che fattori ambientali e sociali possano contribuire in modo rilevante alla trasmissione del parassita. L’analisi si è concentrata in particolare sull’ambiente urbano, sottolineando come il sovraffollamento abitativo e l’instabilità socio-economica possano favorire l’insorgenza di focolai.
Uno scenario diverso, ma altrettanto significativo, emerge dallo studio pubblicato su Infectious Diseases of Poverty, che ha analizzato l’andamento dei casi nella Regione Lazio dal 2017 al 2023. Dopo una brusca riduzione dell’incidenza durante la prima fase della pandemia COVID-19 (–79,6% nel 2020), i dati mostrano una crescita costante e rilevante: +143,4% tra il 2020 e il 2021, +142,3% l’anno successivo e +170,3% tra il 2022 e il 2023. Particolarmente preoccupante l’aumento nelle strutture di lunga degenza, dove i focolai sono cresciuti del 750% in soli tre anni.
Ma perché questa recrudescenza? Secondo gli esperti, a contribuire sono stati il lockdown, la convivenza in spazi ristretti, l’aumento dei viaggi e dei soggiorni in strutture collettive dopo la pandemia. Anche il turnover dei pazienti negli ospedali ha favorito la diffusione, insieme a un altro elemento preoccupante, la possibile resistenza dell’acaro ai trattamenti standard.
QUALI SONO I SOGGETTI PIU' A RISCHIO DI CONTRARRE LA SCABBIA?
Le fasce di popolazione più esposte includono bambini e adolescenti (5-18 anni), persone fragili o in condizioni di disagio sociale e gli anziani ricoverati. Il prurito intenso notturno, specie se associato a papule o lesioni tra le dita, ai polsi, ombelico o genitali, è un segnale da non ignorare.
COS’È LA SCABBIA E COME SI CURA?
È una malattia della pelle fastidiosa ma curabile che continua a colpire milioni di persone nel mondo. Nello specifico, è un’infezione contagiosa causata da un piccolo acaro, il Sarcoptes scabiei var. hominis, che si annida nello strato più superficiale della cute dove vive e si riproduce. Secondo le stime SIDeMaST, ogni anno ne sono affette tra 200 e 300 milioni di persone a livello globale, con una prevalenza che varia enormemente da Paese a Paese: si va dallo 0,2% fino a punte del 71,4%.
Negli ultimi decenni, i casi sono in aumento, non solo nelle aree del mondo in cui la scabbia è endemica, ma anche in Stati europei che storicamente registravano un’incidenza molto più bassa. Turchia, Spagna, Irlanda e Italia sono tra i Paesi dove la trasmissione della malattia, e in generale di altre infezioni a trasmissione sessuale, non si è fermata nemmeno durante la pandemia da COVID-19.
Per eliminare il parassita sono disponibili trattamenti topici efficaci. Il più utilizzato è la permetrina in crema al 5%, da applicare su tutta la pelle asciutta e risciacquare dopo 8-12 ore. Il trattamento si articola in due fasi: un primo ciclo di due giorni per uccidere gli acari adulti e un secondo, a distanza di una settimana, per eliminare le larve.
Un’alternativa più rapida ma leggermente più irritante è il benzoato di benzile al 10-20%, da applicare due volte al giorno per tre giorni consecutivi, con lavaggio finale il quarto giorno.
Nelle prime 24 ore di trattamento è fondamentale l’isolamento nelle prime 24 ore della persona infetta per evitare la trasmissione. Tutti i familiari e i contatti stretti devono essere trattati nello stesso momento, anche in assenza di sintomi. Chi è considerato a basso rischio, come i compagni di scuola, deve solo essere visitato e tenuto sotto osservazione.
La tempestività nella diagnosi e nella cura è fondamentale per evitare nuovi focolai, soprattutto in ambienti comunitari come scuole, residenze per anziani o centri di accoglienza, dove la malattia può diffondersi con facilità.










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