Prof.ssa Marina Picillo (Salerno): “Soprattutto nelle prime fasi, la patologia si confonde con altri disturbi neurodegenerativi, rendendo particolarmente complicata la diagnosi”
Di recente si è spento il reverendo Jesse Jackson, che negli anni Sessanta era al fianco di Martin Luther King e in seguito divenne uno dei più influenti e carismatici leader del movimento per i diritti civili negli Stati Uniti. Noto per le sue battaglie e per i sermoni infuocati, il reverendo Jackson è stato ricordato anche dall’Associazione americana per le demenze frontotemporali (AFTD) dal momento che, circa un anno, gli fu diagnosticata la paralisi sopranucleare progressiva (PSP), una rara malattia cerebrale che compromette la deambulazione, l’equilibrio, i movimenti oculari e la deglutizione. Sebbene entri in diagnosi differenziale con la malattia di Parkinson o altre forme di demenza, al grande pubblico è una condizione solo parzialmente conosciuta, ma l’impatto che provoca sulla qualità di vita di chi ne è affetto - e dei famigliari che se ne prendono cura - è pesantissimo.
Purtroppo, in mancanza di dati affidabili sulla diffusione e sull’impatto clinico e sociale della PSP, risulta difficoltoso sostenere progetti di ricerca sulla malattia, per i quali è richiesto l’investimento di ingenti risorse da parte degli istituti accademici. Pertanto, nell’intento di colmare tale lacuna, la Fondazione LIMPE per il Parkinson ETS e i neurologi della Società Italiana Parkinson LIMPE-DISMOV si sono adoperati per la nascita di PSP-NET, prima e unica rete italiana dedicata alla raccolta sistematica di informazioni cliniche, demografiche e assistenziali sulla paralisi sopranucleare progressiva.
LA MALATTIA E I SINTOMI
“La PSP è una patologia neurodegenerativa, rapidamente progressiva, associata al deposito di un’isoforma della proteina Tau a 4 ripetizioni”, precisa la professoressa Marina Picillo, docente di Neurologia presso la Scuola Medica Salernitana all’Università degli Studi di Salerno. “L’ampio spettro di sintomi che la caratterizza concorre a collocarla nel capitolo dedicato ai disturbi del movimento, classificandola tra i parkinsonismi atipici, oppure in quello delle demenze, in particolare tra le forme associate a degenerazione frontotemporale”.Per le sue caratteristiche cliniche è considerata una malattia ‘ponte' tra i disturbi del movimento e le demenze.
Raramente la PSP si presenta in più membri all’interno della stessa famiglia: infatti, il fattore di rischio più noto è l'età avanzata (in genere colpisce persone tra i 60 e i 70 anni). “In accordo con i criteri diagnostici pubblicati dalla International Parkinson and Movement Disorder Society sono 4 i pilastri clinici che caratterizzano questa patologia”, prosegue Picillo. “Fin dalle prime fasi si possono osservare alterazioni della postura provocate da disturbi dell’equilibrio, con la tendenza a cadere all’indietro. Un altro tratto tipico è l’alterazione dei movimenti oculari, soprattutto sul piano verticale, quindi con l’incapacità di mantenere lo sguardo verso il basso”. Questo sintomo si presenta fin dagli esordi ma, con l’avanzare della malattia, coinvolge anche il piano orizzontale; inoltre, spesso i pazienti riportano offuscamento della vista, diplopia e incapacità di mettere a fuoco gli oggetti vicini. “Il terzo pilastro utile per il riconoscimento della PSP è l’acinesia, ossia la difficoltà di compiere movimenti volontari o automatici, con la comparsa di una sindrome parkinsoniana dai tratti sovrapponibili a quelli del Parkinson”, riprende la neurologa. “L’ultimo aspetto caratteristico della PSP sono i disturbi della sfera cognitivo-comportamentale, con problematiche che spaziano dalla comparsa di stati ansiosi, depressione, alterazione del controllo degli impulsi (risate o pianti immotivati), fino alla disinibizione e ai disturbi cognitivi (difficoltà di ragionamento e incapacità di prendere decisioni)”.
UNA DIAGNOSI LUNGA E COMPLICATA
Analogamente ad altre malattie neurodegenerative, anche nel caso della PSP non è del tutto chiaro quali siano le sue cause, ma i sintomi derivano dal danneggiamento di alcune aree del cervello (specie quelle frontali) deputate al controllo dei movimenti del corpo e del pensiero; a livello delle aree cerebrali compromesse i ricercatori hanno riscontrato la presenza di aggregati della proteina Tau, come accade in malattie quali l’Alzheimer. Tuttavia, questi accumuli proteici patologici emergono solamente dall’analisi di campioni autoptici.
“La diagnosi di PSP rimane sostanzialmente clinica”, conferma Picillo. “Non esiste un biomarcatore plasmatico o liquorale, e nemmeno di neuroimaging, in grado di confermare la malattia in vivo: occorre eseguire alcuni esami strumentali, come la risonanza magnetica, per escludere la presenza di alterazioni cerebrali di natura diversa, ad esempio ictus o ischemia, che potrebbero giustificare il quadro clinico”. Inoltre, con la risonanza magnetica è possibile evidenziare tracce di atrofia del mesencefalo e, di conseguenza, definire uno dei criteri di supporto nella diagnosi differenziale con la malattia di Parkinson. “Un ulteriore esame da effettuare è la PET con FDG (18F-fluorodesossiglucosio), grazie a cui possiamo indagare il funzionamento di specifiche zone cerebrali che sappiamo essere colpite dalla PSP.
La ricerca scientifica è particolarmente focalizzata nella ricerca di nuovi biomarcatori di diagnosi - sia sul liquor che sul sangue periferico - e il candidato più promettente (condiviso anche da altre malattie neurodegenerative) è rappresentato dal livello di neurofilamenti. “È un biomarcatore di danno assonale”, precisa Picillo. “Sale di livello in presenza di neurodegenerazione e si sta cercando di studiarne l’uso nel percorso diagnostico di malattie come la PSP, anche se al momento trova utilizzo unicamente nei protocolli di ricerca”.
UNA MALATTIA, DIVERSE FORME DI PRESENTAZIONE
Dato che la diagnosi di PSP richiede tempo e ripetute osservazioni, e che le malattie alternative da escludere sono molte, è prioritario che le persone con sospetto di malattia giungano presto all’attenzione di un neurologo esperto di disturbi del movimento. “A complicare il quadro c’è anche la forte eterogeneità tra i pazienti”, aggiunge Picillo. “Non esiste un’unica forma di PSP, bensì conosciamo più sottotipi, il più frequente dei quali è la sindrome di Richardson, in cui predominano i disturbi dell’equilibrio e le alterazioni dei movimenti oculari. Le persone affette da questa sindrome, che secondo i dati di PSP-NET rappresentano oltre il 75% dei casi di paralisi sopranucleare progressiva osservati in Italia, hanno un quadro clinico più grave, una sopravvivenza ridotta e un maggiore carico di malattia rispetto ai pazienti con sottotipi di PSP non-Richardson”.
Vista la complessità della patologia, quando le persone che ne sono affette cominciano a manifestare i primi sintomi tendono a rivolgersi a neurologi non specializzati, oppure al geriatra; nei casi in cui emerge un’alterazione specifica dei movimenti oculari, persino all’oculista. Purtroppo, quasi mai il neurologo esperto in disturbi del movimento è il primo professionista sanitario a intercettare questi pazienti, sebbene sia l’unico a saper applicare i criteri diagnostici della PSP e a confermare la presenza della patologia, impostando, successivamente, un adeguato percorso di cura.
MANCA UNA TERAPIA SPECIFICA
“Purtroppo non esistono terapie specifiche per la PSP e neppure farmaci in grado di rallentarne la progressione”, puntualizza Picillo. “Ciononostante, nella pratica clinica si fa ricorso a medicinali indicati per malattie affini: fra di essi la levodopa, normalmente impiegata nel Parkinson e utilizzata nella PSP per ridurre le problematiche motorie, anche se in questa patologia molto raramente sortisce un effetto significativo. Altri farmaci frequentemente usati sono quelli per le demenze, sfruttati per la gestione dei problemi di memoria o dei disturbi cognitivo-comportamentali: per esempio gli antidepressivi nel caso in cui sia prevalente l’apatia, o i calmanti e i neurolettici in caso di agitazione, disinibizione o discontrollo degli impulsi”. In un contesto povero di opzioni terapeutiche efficaci, rimane fondamentale la gestione multidisciplinare del paziente, col ricorso a programmi di fisioterapia, riabilitazione motoria e logopedia (disartria e disfagia rappresentano alcuni sintomi precoci della PSP).
“L’aspetto di speranza è che nuove opportunità terapeutiche vengono proposte ai pazienti grazie ai trial clinici”, conclude Picillo, accennando a uno studio, prodotto grazie ai dati del network PSP-NET, nel quale si è cercato di capire quali persone con paralisi sopranucleare progressiva possano essere candidabili ai trial clinici in base agli attuali criteri standard di inclusione ed esclusione. “Periodicamente vengono avviate nuove sperimentazioni a cui i pazienti possono aderire. Per fare ciò è però indispensabile rivolgersi ai centri di riferimento specializzati nei disturbi del movimento”.
UNA RETE CHE ABBRACCIA TUTTA L’ITALIA
A cinque anni dalla sua nascita, PSP-NET coinvolge 48 centri di riferimento distribuiti su tutto il territorio nazionale (23 al Nord, 14 al Centro e 11 al Sud) e ha arruolato 709 pazienti, dando vita alla più ampia base dati italiana sulla PSP. Oltre a migliorare la comprensione della storia naturale della malattia, il network ha portato alla luce il ruolo cruciale dei caregiver, spesso chiamati a fronteggiare un carico assistenziale crescente e complesso. La progressiva perdita di autonomia del paziente pone infatti in evidenza la necessità di percorsi di supporto, formazione e accompagnamento specificamente dedicati.
“PSP-NET proseguirà con nuovi arruolamenti di pazienti e nuove analisi, con l’obiettivo di affinare ulteriormente la conoscenza clinica della PSP e migliorare le strategie di riconoscimento precoce e informazione”, afferma Giovanni Fabbrini, presidente della Società Italiana Parkinson LIMPE-DISMOV. “Solo così possiamo garantire un futuro migliore ai pazienti e alle loro famiglie.”










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