Rachele Somaschini: “Prendo pasticche mattina e sera, ma quando sono concentrata alla guida dimentico tutto il resto”
C’è una linea sottile che separa lo sport estremo dalla sfida esistenziale. Nel caso di Rachele Somaschini, quella linea coincide con la Dakar, il rally più duro al mondo, e con la fibrosi cistica (FC), la malattia genetica con cui convive da sempre. Due avversari che non si escludono a vicenda, ma che si intrecciano in un racconto di resistenza, disciplina e scelta quotidiana di andare avanti.
La fibrosi cistica è una malattia genetica rara che colpisce soprattutto l’apparato respiratorio e digerente, rendendo il muco più denso e favorendo infezioni e complicanze progressive. Una malattia cronica, che richiede terapie quotidiane, attenzione costante e un equilibrio delicato tra cura e vita attiva. Per molti rappresenta un limite invalicabile. Per Rachele è diventata, senza retorica, una compagna di viaggio con cui fare i conti anche nel deserto dell’Arabia Saudita.
Rachele Somaschini, pilota milanese classe 1994, ha trasformato il motorsport in una scelta di vita e in uno strumento di impegno civile. Gareggia con un obiettivo che va oltre la competizione: sostenere la ricerca, dimostrando che la velocità può diventare anche un messaggio di solidarietà. Affronta il tempo e la malattia genetica che l’accompagna dalla nascita, una presenza costante che non è nascosta né attenuata, ma accolta con la stessa determinazione richiesta da ogni gara.
La sua è una storia che parla di resilienza e di senso. A guidarla è il motto “Sei tutti i limiti che superi”, ereditato dall’amica Angelica, anche lei affetta da fibrosi cistica, che ha lottato per la ricerca, cercando di inseguire i propri sogni. Un’eredità ideale che continua a vivere sull’asfalto e nel deserto, trasformando ogni chilometro percorso in un atto di testimonianza.
Alla Dakar Rachele guida un camion 4x4, insieme a un equipaggio tutto al femminile. Migliaia di chilometri tra sabbia, caldo estremo, freddo notturno e fatica fisica, dove nulla è semplice e tutto può cambiare in pochi minuti. Qui la resilienza non è una parola astratta, ma una pratica concreta, fatta di ascolto del proprio corpo e rispetto dei suoi segnali, senza rinunciare all’obiettivo.
Le terapie non si fermano durante la gara, grazie a un camper di supporto. “Prendo pasticche mattina e sera – ha raccontato sulle pagine di Repubblica – ma quando sono concentrata alla guida dimentico tutto il resto.” Lo sport diventa così uno spazio di libertà vigilata, dove la malattia non è negata ma integrata. Non c’è eroismo ostentato, piuttosto la consapevolezza che la performance nasce dall’equilibrio tra forza e fragilità, controllo e imprevisto, disciplina e passione.
In un ambiente tradizionalmente maschile come quello dei rally, la presenza di tre donne su un camion non è una bandiera da sventolare, ma un fatto che parla da sé. La parità non si rivendica, si dimostra sul campo, tappa dopo tappa.
La Dakar non è solo una gara ma una metafora potente della convivenza con una malattia cronica lunga, faticosa e piena di ostacoli invisibili e visibili. Ma anche “attraversabile”, se sostenuta da una rete, da competenze, da una visione che non riduce la persona alla diagnosi. La resilienza, qui, non è resistere a tutti i costi, ma trovare il modo di continuare a vivere pienamente, anche (e soprattutto) quando il percorso è più duro del previsto.










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