VERBANIA – La sindrome di Prader-Willi è una malattia genetica rara dovuta a un’anomalia del cromosoma 15: ha una prevalenza di 1 su 25.000-35.000 nati, ed è uguale per sesso e razza. Studiata a fondo solo in epoca recente, questa complessa patologia sindromica non gode di una terapia specifica, anche se sono stati utilizzati tentativi terapeutici di successo e altri sono in progress. Alcuni importanti studi condotti nell’ambito di questa patologia sono stati effettuati presso l’IRCCS Istituto Auxologico Italiano con il contributo del Dr. Paolo Marzullo, endocrinologo dell’Università del Piemonte Orientale e della Divisione di Medicina Generale dell’Ospedale San Giuseppe di Verbania.

Dottore, questa sindrome si manifesta già nel periodo neonatale. Quali sono i primi sintomi?
I neonati affetti hanno una facies dismorfica, generalmente con cute, occhi e capelli chiari, hanno una ridotta capacità di suzione e sono ipotonici. Si manifestano precocemente deficit cognitivo-comportamentali, sebbene la severità del ritardo mentale sia estremamente variabile. I soggetti affetti hanno ridotta massa e forza muscolare, sovente alterazioni scoliotiche, deficit di coordinazione motoria e ipomobilità. La sindrome, inoltre, si accompagna spesso a significative alterazioni endocrine a carico del sistema ipotalamo-ipofisario. Tipicamente, molti soggetti risultano affetti fin da piccoli da deficit di ormone della crescita, che si manifesta mediante bassa statura, deficit della mineralizzazione ossea e ridotti livelli di IGF-1. Durante lo sviluppo, i difetti dell’accrescimento si accompagnano a deficit gonadico. Dai 4-5 anni in poi, inoltre, i soggetti affetti da sindrome di Prader-Willi accumulano peso corporeo in maniera significativa e progressivamente crescente a causa di iperfagia e assenza di sazietà.

E nell’adolescenza l’obesità peggiora…
La sindrome di Prader-Willi è la causa di obesità genetica più nota, secondo molti ne rappresenta lo stereotipo. Questi pazienti hanno una voracità incoercibile e si alimentano in maniera incontrollata, con effetti estremamente negativi a livello metabolico, cardiorespiratorio e motorio. La tendenza all’obesità aumenta la morbilità e la mortalità associate alla sindrome, ed è molto raro che i malati raggiungano l’età matura. L’aspettativa di vita ridotta è dovuta anche alla loro suscettibilità a infezioni polmonari, problematiche gastroenteriche e apnee notturne.

Il Centro presso il quale lavora ha una grande esperienza in questa malattia.
Sì, l’Istituto Auxologico Italiano ha aperto nel 1958, e in questi oltre 50 anni è diventato un punto di riferimento anche per questa patologia. Nel nostro Centro il medico che segue con estrema cura e dedizione i pazienti affetti da sindrome di Prader-Willi è il Dr. Graziano Grugni, costantemente in cerca di approfondimenti su questa rara malattia. I casi in carico in epoca recente presso il nostro Centro vanno oltre i 50, in Italia il numero dei pazienti è nell’ordine delle centinaia. Si tratta di soggetti che devono essere seguiti in maniera ravvicinata, sia dai medici che dalla famiglia, soprattutto con un’educazione ed una sorveglianza dietetica costante e dedicata.

Un suo studio, pubblicato recentemente sul Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism, ha valutato l’effetto della somministrazione di ormone della crescita nei pazienti adulti. Quali prospettive ci sono per questa opzione terapeutica?
Questo programma di studi nasce nel 2004-2005. L’ormone della crescita è considerato un ormone anabolizzante, con noti effetti sulla massa corporea e ossea. Nei pazienti con sindrome di Prader-Willi vi è una ridotta secrezione di ormone della crescita, che può conseguentemente venir somministrato a scopo sostitutivo con chiari benefici sulla composizione corporea, sulle disabilità motorie e verosimilmente sulla durata della vita. L’obiettivo di questo ultimo prodotto scientifico era valutare i progressi di pazienti adulti con sindrome di Prader-Willi nell’arco di quattro anni di trattamento con ormone della crescita. Per fare ciò abbiamo utilizzato due strumenti diagnostici: il primo è l’ecocardiogramma, per osservare la morfologia e funzione del cuore, anche se nei pazienti obesi e con un fenotipo particolare come la sindrome di Prader-Willi esso può rivelarsi poco preciso. Il secondo è la cardioscintigrafia eseguita in condizioni basali e dopo stimolo con dobutamina, un farmaco che riproduce lo stress cardiaco indotto dall’esercizio fisico submassimale o massimale, risultato che sarebbe impossibile da ottenere in questi pazienti. Ciò che abbiamo notato a livello sistemico è un miglioramento della massa muscolare, una riduzione della massa grassa e una sostanziale stazionarietà della performance cardiologica durante i quattro anni di terapia. L’ecocardiogramma ha fornito un dato morfologico rassicurante nel corso di questo studio prospettico: un aumento della dimensione delle camere cardiache, anche se in presenza di una leggera riduzione nella frazione di eiezione sistolica. La cardioscintigrafia ha mostrato una deflessione sisto-diastolica, sul cui significato occorrerà riflettere in presenza di dati numericamente più consistenti di quelli attualmente disponibili. Va notato un dato rassicurante, e cioè che per l’intera durata dello studio non abbiamo registrato alcun evento avverso in corso di terapia con ormone della crescita.

Sono previsti nuovi studi su questa patologia?
Certamente, i nostri studi continuano: è opinione di molti esperti che l’ormone della crescita abbia portato a un miglioramento generale nella qualità e nella durata della vita, e contiamo di raccogliere dati in vista di una pubblicazione che riguarderà i risultati raggiunti dopo 12 anni di trattamento. Stiamo inoltre dedicando attenzione ad analisi ritmologiche e della struttura cardiaca mediante tecniche diagnostiche più precise. Anche se ci sono pochi dati nella letteratura internazionale sull’utilizzo nel lungo termine dell’ormone della crescita per soggetti adulti con sindrome di Prader-Willi, dati provenienti dalla letteratura in ambito ipofisario ci inducono a ritenere che tale trattamento possa essere condotto a vita, a patto che uno stretto monitoraggio clinico sia offerto a chi vi si sottopone.

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