World Heart Summit 2023

Secondo la World Heart Federation le cause di questo incremento sono l'invecchiamento e la crescita della popolazione: il tasso di mortalità a livello globale, in realtà, è calato

Ginevra (Svizzera) – I decessi dovuti a malattie cardiovascolari (CVD) sono aumentati del 60% a livello globale: da 12,1 milioni nel 1990 a 20,5 milioni nel 2021. Queste patologie, secondo un nuovo report della World Heart Federation (WHF), nel 2021 sono state la principale causa di morte in tutto il mondo, e quattro decessi su cinque per CVD si sono verificati nei Paesi a basso e medio reddito.

Il “World Heart Report”, lanciato al World Heart Summit 2023 che si è svolto a Ginevra dal 19 al 21 maggio scorsi, fornisce la prima analisi approfondita dei dati di rischio e mortalità per CVD nel mondo e un'inedita fotografia delle politiche attuate a livello nazionale per arginare queste malattie.

Se il numero complessivo di decessi per malattie cardiovascolari è aumentato negli ultimi tre decenni, le cause sono principalmente due: l'invecchiamento e la crescita della popolazione. Il tasso di mortalità a livello globale, in realtà, è sceso da 354,5 decessi per 100.000 persone nel 1990 a 239,9 decessi per 100.000 persone nel 2019. Questo calo è stato tuttavia irregolare fra le regioni: quello più rapido è stato registrato nei Paesi ad alto reddito. I più alti tassi di mortalità per CVD si verificano nelle regioni dell'Europa centrale, dell'Europa orientale e dell'Asia centrale.

“I dati non mentono”, ha dichiarato il prof. Fausto Pinto, coautore del report ed ex presidente della WHF. “Questo documento conferma la grave minaccia rappresentata dalle malattie cardiovascolari in tutto il mondo e in particolare nei Paesi a basso e medio reddito. È possibile prevenire fino all'80% degli infarti e degli ictus prematuri, ed è quindi fondamentale che i Paesi diano la priorità all'implementazione di strumenti e politiche per proteggere le persone da queste patologie”.

Il report ha evidenziato che l'ipertensione, l'inquinamento atmosferico, l'uso di tabacco e l’ipercolesterolemia sono i principali fattori che hanno contribuito alle morti per CVD. Un'altra scoperta rilevante è che i fattori di rischio variano da regione a regione: è perciò fondamentale che i Paesi siano consapevoli del loro specifico profilo di rischio.

Inoltre, le nazioni che investono di più nell'assistenza sanitaria rispetto al loro prodotto interno lordo (PIL) hanno tassi di mortalità per CVD più bassi, mentre sono più alti negli Stati in cui le persone pagano di tasca propria per l'assistenza sanitaria. “Questa è la dimostrazione indiscutibile che investire nella sanità salva delle vite”, ha affermato la prof.ssa Mariachiara Di Cesare, dell'Istituto di sanità pubblica e benessere dell'Università dell'Essex, che ha compilato e analizzato i dati in collaborazione con la WHF. “In linea con le raccomandazioni dell'OMS, i Paesi devono investire almeno il 5% del loro PIL per contribuire a ridurre i tassi di mortalità e morbilità delle malattie cardiovascolari”.

Nella sua analisi delle politiche attuate a livello nazionale per migliorare la salute cardiovascolare, la WHF ha rilevato che il 64% delle nazioni ha implementato almeno sette delle otto politiche raccomandate, tra cui programmi nazionali di controllo del tabacco, disponibilità di trattamenti farmacologici per le malattie cardiovascolari e unità operative all'interno dei ministeri della salute. Il livello più basso di attuazione delle politiche è stato riscontrato nell'Africa subsahariana, dove oltre il 50% degli Stati non ha disponibilità di farmaci per le CVD nelle strutture di assistenza primaria, né un piano nazionale per queste patologie o un'unità per le malattie non trasmissibili.

Il report include cinque raccomandazioni per rimettere in carreggiata i progressi sulla salute cardiovascolare: secondo gli esperti occorre attuare tutte le politiche chiave per combattere le malattie cardiovascolari, garantire che gli interventi sanitari siano adeguatamente finanziati e continuare gli sforzi per migliorare i dati su queste condizioni e sui loro fattori di rischio, in particolare nei Paesi a basso e medio reddito. “Buoni dati possono contribuire a promuovere una buona politica”, ha concluso il prof. Pinto. “Le raccomandazioni del report chiariscono che c'è ancora un'opportunità per accelerare l'azione verso il nostro obiettivo: ridurre di un terzo la mortalità prematura dovuta a malattie non trasmissibili entro il 2030”.

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