Da sinistra a destra: Luigi Sofo, Franco Scaldaferri, Franco Sacchetti

Il corso di formazione, destinato a chirurghi, gastroenterologi, internisti e altri specialisti, è incentrato su trattamento multidisciplinare e terapia chirurgica

Roma - Sono almeno 250mila in Italia le persone affette da malattie infiammatorie croniche intestinali (MICI), cioè da malattia di Crohn o da colite ulcerosa. Si tratta di condizioni caratterizzate da un’alterata risposta immunitaria a livello della mucosa intestinale, che viene interessata in sedi diverse e con vari livelli di gravità. L’accrescersi delle conoscenze e delle nuove possibilità terapeutiche, oltre al trend epidemiologico in crescita, rendono necessario formare dei super esperti nella gestione delle MICI, che lavorino in un team multidisciplinare. Ecco perché l’Università Cattolica campus di Roma ha deciso di dedicare all’argomento un Master universitario di II livello dal titolo “Trattamento multidisciplinare e terapia chirurgica delle MICI”, destinato a chirurghi, gastroenterologi, internisti e altri specialisti con particolare interesse per questo settore della medicina, inclusi gli infermieri con laurea magistrale: la durata è di 1.500 ore, distribuita in un anno accademico, per un totale di 60 crediti.

“Questo Master universitario dal format innovativo nasce da una concezione moderna che supera, inglobandola, l’ultra-specializzazione, che ha rappresentato il trend della medicina negli ultimi 20 anni, con tutti i limiti legati a una eccessiva settorializzazione”, spiega il Direttore del Master, Luigi Sofo, Direttore UOC Chirurgia addominale Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS e Professore Associato di Chirurgia Generale, Università Cattolica. “L’approccio multidisciplinare e l’integrazione delle diverse specializzazioni che impronta il programma del Master mira proprio a superare l’eccessiva segmentazione dell’assistenza, per adottare invece un approccio globale, quasi olistico, al paziente, da personalizzare per ciascun caso”.

Sono pazienti, quelli affetti da MICI, che a volte iniziano la loro storia clinica in età pediatrica. E infatti tra i vari bisogni assistenziali insoddisfatti delle MICI che il Master affronta c’è anche quello della transizione. “Le MICI – prosegue Sofo – interessano di frequente pazienti molto giovani (l’esordio è spesso nella seconda e terza decade di vita), investendo in pieno la loro esistenza di studenti e in seguito lavorativa, sociale e affettiva. Il loro ciclo di trattamento non si conclude in un tempo definito e breve, ma si prolunga spesso, richiedendo frequenti integrazioni di trattamenti medici e chirurgici. Si tratta insomma di pazienti con prospettive di vita difficili e complesse, da gestire con attenzione anche sul piano psicologico. E nel team disciplinare devono trovare ovviamente posto anche il reumatologo, il dermatologo, il dietologo, il radiologo”.

“Ogni anno nel nostro Policlinico, che dal 2021 ha dedicato alle MICI un apposito Percorso Clinico Assistenziale, vengono prese in carico 5-6.000 persone affette da queste condizioni, volumi assistenziali che fanno del Gemelli uno dei primi centri in Italia, e sicuramente il primo nel Lazio, per quanto riguarda il trattamento con farmaci biologici (seguiamo circa 2 mila pazienti con MICI in terapia con i farmaci biologici)”, ricorda Franco Scaldaferri, Direttore UOS Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali, IBD UNIT Fondazione Policlinico Gemelli IRCCS, Professore Aggregato di Gastroenterologia, Università Cattolica, campus di Roma. “Il panorama delle terapie mediche per queste condizioni sta cambiando molto velocemente e in tante direzioni. L’avvento dei biosimilari ci ha dato la possibilità di trattare con costi minori un numero sempre maggiore di pazienti, mantenendo un’alta qualità ed efficacia. Al momento dunque la prima linea di trattamento è rappresentata proprio gli anti-TNF-alfa biosimilari. Ma naturalmente usiamo anche i nuovi farmaci, come le anti-integrine, gli anti-IL-12/23, i gli inibitori di JAK (anche per la colite ulcerosa) e siamo pronti ad accogliere le nuove molecole in arrivo (nuovi anti IL-23, altri JAK-inibitori, la nuova famiglia degli inibitori dei recettori S1P). Ma la vera frontiera del futuro non è tanto l’arrivo di nuove molecole mirate ai grandi pathway dell’infiammazione, quanto la combinazione di biologici con diverso meccanismo d’azione tra loro”.

Al Gemelli – prosegue Scaldaferri – a breve partirà un trial con ‘doppio biologico’, che prevede proprio l’impiego in associazione di due farmaci biologici, riservato ai pazienti con malattia di Crohn grave.  E il futuro ci porterà delle cure sempre più personalizzate, come fanno prevedere i nuovi trial, che si avvalgono di biomarcatori genetici o sierici per orientare verso la scelta del farmaco più adatto per un determinato paziente. Al momento sono circa 400 i pazienti che da noi fanno terapie sperimentali all’interno di trial clinici. Sul fronte della medicina personalizzata, al Gemelli dall’inizio dell’anno è operativa la prima biobanca italiana delle MICI, diretta dalla professoressa Ornella Parolini, che raccoglie diverse componenti biologiche (dal sangue, ai tessuti) di pazienti MICI. È la prima ‘collezione’ non privata in Italia e riguarda pazienti assistiti al Gemelli per le MICI; è organizzata per coorti di pazienti rispondenti o non rispondenti alla terapia, o sottoposti a intervento chirurgico e rappresenta una ricchezza incredibile per le ricerche del futuro”.

Un’altra novità importante nel campo del trattamento riguarda il posizionamento della chirurgia all’interno del percorso di cura del paziente. Se in passato si ricorreva al bisturi come ‘salvataggio’ in un paziente che non aveva risposto alla terapia medica, oggi per pazienti selezionati si ricorre alla cosiddetta “early surgery”, cioè alla chirurgia in prima battuta, in alternativa al trattamento medico. “Fino a qualche tempo fa – ricorda il professor Sofo – si andava dal chirurgo per la terapia delle complicanze, mentre oggi si è aperto il mondo dell’early surgery, cioè di una chirurgia mininvasiva, rispettosa dell’organo e dell’organismo, capace di intervenire anche nelle fasi iniziali, per evitare al paziente lunghi trattamenti o il loro prolungarsi e la comparsa di complicanze. È un approccio nuovo, che in casi selezionati dà ottimi risultati, ed è infatti già entrato anche nelle linee guida europee. Così, mentre in passato il chirurgo era un consulente del gastroenterologo, oggi è parte integrante del board multidisciplinare che prende in carico il paziente con MICI dal primo momento. E questa è una rivoluzione culturale che si riflette anche nel programma del nostro Master.”

La prevalenza delle MICI, secondo dati del Ministero della Salute, è di 392,2 persone per 100mila abitanti (135 per la malattia di Crohn e 258,7 per la colite ulcerosa). Ma si tratta di stime, perché non esiste al momento un registro nazionale di queste malattie, anche se dal giugno 2021 il Ministero della Salute ha istituito un tavolo tecnico con l’obiettivo di creare un registro nazionale, promuovere ricerca, formazione e telemedicina, migliorare la presa in carico dei pazienti.

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