Embolo polmonare

L’ipotesi dovrà trovare conferma, ma nel frattempo è autorizzato l’uso di eparina nei pazienti con COVID-19. Ad approfondire l’argomento è il prof. Francesco Rodeghiero (Vicenza)

In circa due mesi, l’esplosione dell’infezione da virus SARS-CoV-2 ha portato negli ospedali migliaia di persone, a cui i medici di tutto il mondo stanno prestando le cure, affrontando i colpi di una malattia di cui tutti ignoravano - e per certi versi ancora ignorano - dinamiche e meccanismi di sviluppo. Sulla gestione dei pazienti con COVID-19 non ci sono capitoli nei manuali di medicina o nelle linee guida, e questo ha obbligato il personale medico a contrastare i sintomi più gravi della malattia, come l’insufficienza respiratoria, senza chiare indicazioni in merito.

Tuttavia, con il trascorrere dei giorni e con l’aumento dei casi, si sono fatte strada diverse ipotesi circa i meccanismi con cui la patologia COVID-19 aggredisce l’organismo: una delle ultime - che dovrà essere verificata tramite opportuni studi clinici - chiama in causa la trombosi venosa e la conseguente formazione di emboli (frammenti di coaguli sanguigni) che, migrando attraverso la circolazione, finiscono per ostruire le arterie polmonari (tromboembolia polmonare). Questo tipo di fenomeno è contrastabile con la somministrazione di eparina, un farmaco che blocca la coagulazione ma che può avere conseguenze potenzialmente gravi se assunto a dosi inappropriate o senza precise indicazioni mediche. Per questo motivo, l’AIFA ha messo a disposizione dei clinici una serie di informazioni utili sulla prescrizione di eparine a basso peso molecolare per il trattamento dei pazienti con COVID-19. 

Molti dei pazienti affetti da COVID-19 entrano in terapia intensiva o la loro situazione si aggrava a causa di una tromboembolia polmonare in atto o che si va instaurando”, spiega il prof. Francesco Rodeghiero, ematologo e già Direttore del Centro Malattie Emorragiche e Trombotiche presso il Dipartimento di Terapie Cellulari ed Ematologia dell’Ospedale San Bortolo di Vicenza, nonché attuale Direttore Scientifico della Fondazione Progetto Ematologia. “In molti casi, si ritiene che si possano formano dei trombi direttamente a livello delle arterie polmonari, senza che questi arrivino dalla circolazione venosa, soprattutto durante la fase iper-infiammatoria, nella quale il sistema coagulativo si scatena in modo incontrollato. Su questa base, l’uso dell’eparina può avere un suo razionale per limitare gli effetti trombotici che sono causati dall’infiammazione. Per protocollo, a quasi a tutti i pazienti ricoverati in terapia intensiva e allettati viene somministrata l’eparina a dosi profilattiche, proprio per prevenire la formazione di trombi, ma alle persone con COVID-19 potrebbero essere necessarie dosi maggiori”.

Va precisato che la comprensione della malattia causata dal SARS-CoV-2 ha portato a identificare una prima fase, nella quale il virus si replica all’interno dell’organismo, che può avere un decorso asintomatico o pauci-sintomatico (tra i sintomi più ricorrenti si segnalano febbre, mal di testa o tosse): quando possibile, è auspicabile poter intervenire a questo livello, ricorrendo a farmaci antivirali. La fase successiva, infatti, è molto più grave, ed è quella in cui si scatena la reazione infiammatoria, con sintomi più marcati e febbre più alta: è proprio in tale fase che insorge la polmonite interstiziale bilaterale e si osserva un peggioramento della capacità respiratoria. In questo frangente clinico possono essere collocate la cosiddetta “tempesta citochinica” e l’attivazione dei macrofagi, che sono alla base di un quadro di iper-infiammazione, e si possono verificare fenomeni di trombosi venosa e arteriosi, con una sovversione del profilo coagulativo.

Nella seconda fase si può ricorrere agli anti-infiammatori e a farmaci steroidei come il cortisone, e si può associare a entrambi una terapia con eparine a basso peso molecolare”, prosegue Rodeghiero. “In corso di polmonite interstiziale, gli alveoli polmonari collassano l’uno sull’altro e si creano degli interstizi tra bronchi e alveoli, per cui si rende necessaria la somministrazione di ossigeno. Il polmone si trasforma in una sorta di spugna piena di tessuto infiammatorio e si formano emboli. A questo punto, la somministrazione dell’eparina è una delle possibili soluzioni, che tuttavia va valutata caso per caso - sottolinea l’esperto - a seconda delle condizioni del paziente”.

Il lavoro più importante da svolgere nei prossimi mesi sarà quello di studiare le cartelle cliniche dei tanti pazienti con COVID-19, integrando il lavoro con i risultati degli studi attualmente in corso, allo scopo di stabilire un protocollo terapeutico che possa essere valido e subito disponibile, anche nell’eventualità che in futuro dovessimo trovarci ancora a confronto con il virus SARS-CoV-2.

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