Mario Plebani

Sul tema si è acceso un recente dibattito: a fare chiarezza su OMaR è il prof. Mario Plebani (Padova)

Col trascorrere dei giorni e il crescere degli individui contagiati (alla data del 10 aprile il totale dei contagi ammonta a più di 147mila), diviene sempre più pressante la necessità di disporre di test di laboratorio che possano restituire un’accurata fotografia della diffusione nella popolazione del virus SARS-CoV-2. Tale urgenza appare ancora più giustificata nell’ottica di un ormai prossimo avvio in sicurezza della fase due, nella quale sarà riacceso il motore produttivo del Paese.

Lo strumento più idoneo a svolgere un tale compito è certamente quello dell’esame sierologico per la ricerca degli anticorpi sviluppati dall’organismo in risposta al SARS-CoV-2, del quale avevamo già parlato in un articolo sui test diagnostici per il nuovo Coronavirus. Tuttavia, l’attendibilità di questo metodo è stata messa in profonda discussione da più voci all’interno della comunità scientifica, rendendo necessario un intervento chiarificatore che l’Osservatorio Malattie Rare ha chiesto a Mario Plebani, professore ordinario di Biochimica Clinica e Biologia Molecolare Clinica dell’Università di Padova e Direttore del Dipartimento Strutturale Aziendale Medicina di Laboratorio dell’Azienda Ospedale-Università di Padova.

IL PROBLEMA DEI TEST SIEROLOGICI QUALITATIVI

“I test sierologici assumono una chiara e inoppugnabile rilevanza in un processo di valutazione epidemiologica che preveda il monitoraggio dei pazienti con riscontro positivo al test molecolare su tampone e già posti in quarantena”, spiega Plebani. “Bisogna però ricordare che i test sierologici si suddividono in due filoni: da una parte ci sono i test quantitativi, che si eseguono con saggi in ELISA o in chemiluminescenza, dall’altra quelli qualitativi, categoria della quale fanno parte i test rapidi di cui si è tanto discusso”.

Il clamore nato intorno ai test rapidi è relativo al fatto che sono molteplici i kit presenti in commercio e non tutti rispondono ai necessari requisiti di affidabilità richiesti per questa fase di approfondimento. Le aziende che desiderino immettere sul mercato i loro prodotti ne assemblano i vari componenti per poi ottenere la certificazione CE. Successivamente, devono sottomettere il dossier completo del prodotto all’ufficio competente dell’OMS per un processo di pre-qualifica e pre-validazione, necessario a ricevere una prima certificazione. Infine, per quanto riguarda il nostro Paese, è necessaria la sottomissione della documentazione al Comitato Medico Scientifico (CTS) della Protezione Civile, al Presidente dell’ISS e poi al Ministero della Salute.

“La gran parte di questi test proviene dalla Cina - riprende Plebani - e purtroppo c’è stato un primo caso negativo che ha portato all’attenzione la loro inaffidabilità. Infatti, in Spagna, uno di questi kit ha prodotto circa un 70% di risultati falsi negativi, costringendo il governo spagnolo a chiedere spiegazioni a quello cinese che, in tutta risposta, ha posto un blocco all’esportazione di tutti i materiali e i dispositivi impiegabili nella gestione della malattia COVID-19, in attesa che ricevano la certificazione da parte dell’ente regolatorio cinese”. Un altro problema dei test qualitativi è la soggettività nel rilevo della positività: la lettura delle bande per le IgG o le IgM è soggettiva, perché spesso tali bande sono di lieve entità e di difficile interpretazione.

I TEST SIEROLOGICI QUANTITATIVI

Diverso è il caso degli esami sierologici quantitativi per la ricerca degli anticorpi anti-SARS-CoV-2. I test immunologici rilevano gli anticorpi prodotti dall’organismo in risposta all’infezione di un patogeno e, inevitabilmente, devono far fronte alla variabilità intrinseca della risposta anticorpale umana, che richiede tempo per essere caratterizzata. Per tale ragione è fondamentale comprendere al meglio la cinetica di movimento degli anticorpi. “Il punto cruciale dei test quantitativi è la specificità del riconoscimento di epitopi e domini virali: gli anticorpi con i quali sono stati sviluppati i test sierologici non sono tutti uguali e riconoscono porzioni diverse del virus”, precisa Plebani. “Ciò che stiamo cercando di capire è se tali anticorpi riescano a identificare delle specificità anticorpali di classe IgG e IgM che siano neutralizzanti”. La comprensione di questo passaggio passa attraverso il test di neutralizzazione, mediante cui si fa in modo che un virus infetti una coltura cellulare nella quale sono espressi gli anticorpi contro quello stesso virus. In caso di mancanza di infezione si può desumere che gli anticorpi siano neutralizzanti. “Dai primi lavori di letteratura pubblicati sull’argomento sembrerebbe che gli anticorpi contro il virus SARS-CoV-2 lo siano”, riprende l’esperto padovano. “Negli ultimi giorni abbiamo capito che la cinetica degli anticorpi nei pazienti che entrano in terapia intensiva o sub-intensiva potrebbe essere diversa da quella dei soggetti asintomatici o pauci-sintomatici, e sembra che la produzione di immunoglobuline di classe IgG e IgM avvenga con tempi più lunghi rispetto ad altri virus. La nostra esperienza ci ha portati a vedere che gli anticorpi di classe IgG rimangono elevati per un periodo fino a 35 giorni, e questa è una buona notizia, specie in vista della produzione di un vaccino”.

I test sierologici costituiscono, dunque, la chiave vincente per un buon monitoraggio di popolazione. “In collaborazione con il prof. Giuseppe Lippi di Verona, abbiamo scelto di condurre un lavoro di validazione su un test sierologico di tipo quantitativo per il quale otto dei laboratori più rappresentativi del Veneto dispongono già della strumentazione idonea all’analisi”, afferma Plebani. “Con questo tipo di test saremo in grado di lavorare su popolazioni sicuramente positive o negative in base ai dati clinici e alle risultanze del test molecolare (tampone), e potremo stabilire un valore soglia al di sopra del quale un aumento significativo di immunoglobuline è segnale di sieroconversione. Nei test rapidi, al contrario, la soglia è stabilita a priori dal produttore su una popolazione di riferimento la quale, visto che la maggior parte dei test proviene dalla Cina, è diversa da quella europea e italiana. Anche per questo è difficile stabilire la reale affidabilità del risultato. Con un test quantitativo, invece, possiamo scegliere il valore di cut-off più adeguato per la popolazione a cui applichiamo il test”.

NECESSITA’ DI UN COORDINAMENTO CENTRALE

Le caratteristiche indispensabili per eventuali i test sierologici per il SARS-CoV-2 sono: accuratezza d’analisi; possibilità di automazione per incrementare i volumi e ridurre i tempi di esecuzione; disponibilità di reagenti; vantaggioso rapporto costo-beneficio. “Occorre essere prudenti e, al contempo, pragmatici”, conclude Plebani. “La nostra esperienza regionale ci ha portato a validare sul piano analitico un metodo con cui valuteremo in primis il personale ospedaliero di Padova e Verona, ma che poi vogliamo estendere a fette sempre più ampie di popolazione, traendo così importanti informazioni sulla produzione degli anticorpi e sul loro comportamento. Non bisogna perciò dimenticare il valore inestimabile insito in una rete di collegamento di tutti i laboratori che svolgono questo tipo di analisi, che dovrebbe avere un forte coordinamento centrale, tale da favorire un fluido e capillare flusso di informazioni a tutti i nodi e, in ultima analisi, ai pazienti ai quali vanno fornite risposte sicure e non interpretabili”.

 

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